Home Cronaca Caso Manca, fu davvero suicidio? A Viterbo qualcuno sa e non parla
Caso Manca, fu davvero suicidio? A Viterbo qualcuno sa e non parla

Caso Manca, fu davvero suicidio? A Viterbo qualcuno sa e non parla

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Attilio Manca era un medico, fu trovato morto nella sua casa di Viterbo il 12 Febbraio del 2004. Era di origini siciliane. Nacque 34 anni prima a Barcellona Pozzo di Gotto, terra di mafiosi omertà e lupare pronte a sparare. Alla sua morte seguì una indagine della procura di Viterbo che stabilì che si era trattato di un suicidio. Attilio Manca si sarebbe iniettato un mix letale di eroina, barbiturici e alcool, perciò secondo gli inquirenti il suo caso sarebbe stato chiaro e già risolto fin da subito dunque da archiviare. Poi ci fu l’appello dei familiari alla procura di Roma, le argomentazioni sul suicidio sarebbero state assolutamente ingiustificate, banali, insomma i conti per loro non tornavano proprio. Avviarono la richiesta per nuovi accertamenti al Procuratore Pignatone nella Capitale, e ad altri colleghi del suo staff per chiedere la riapertura del caso. Una delle ipotesi su cui la famiglia si basava, confermata dalle intercettazioni telefoniche ambientali, faceva riferimento ad un dialogo tra boss mafiosi; tra loro parlavano di Attilio, raccontandosi che il medico avrebbe riconosciuto Bernardo Provenzano quando fu ricoverato all’ospedale Belcolle di Viterbo, dove Manca prestava servizio nel reparto di urologia. Bernardo Provenzano, era nato a Corleone il 31 gennaio del 1933, detto “Binnu u’ Tratturi” (Bernardo il trattore) così denominato per la violenza con cui letteralmente falciava la vita ai suoi nemici. Diventò il capo di “Cosa Nostra” alla morte di Totò Reina, assumendo i suoi poteri e il profilo di uno dei massimi esponenti della criminalità italiana. Visse una latitanza da record per 43 anni, e in precedenza fu condannato in contumacia a tre ergastoli accumulando procedimenti penali, che tutti insieme avrebbero fatto buona parte della storia della mafia. Manca, fu ritrovato morto con due segni di iniezioni nel braccio sinistro, per una overdose. La stampa, la televisione e il giornalismo di inchiesta si occuparono del caso che fece scalpore per le sue inaccettabili incongruenze. Secondo la tesi dei legali della famiglia Manca, Fabio Repici e Antonio Ingroia, l’urologo avrebbe visitato con certezza “il paziente” Provenzano, un unico dubbio era rimasto irrisolto: se il consulto fosse avvenuto prima o dopo l’intervento alla prostata realizzato in Francia nell’autunno 2003. Dopo l’incontro con il boss, Attilio sarebbe stato eliminato in quanto testimone scomodo. Le nuove indagini portano su questa pista.
La Procura di Viterbo ha sempre accolto l’ipotesi del suicidio sostenendo con forza questa tesi, ed emettendo una condanna a 5 anni e 4 mesi nei confronti di Monica Mileti, accusata di avere ceduto le dosi letali a Manca, considerando così il caso chiuso. Mentre la procura distrettuale antimafia di Roma, smentendo la tesi dei colleghi di Viterbo, ha aperto un fascicolo contro ignoti con la dicitura di “Omicidio volontario”. La famiglia Manca si appella nuovamente con la richiesta di nuove indagini e contro l’archiviazione. Ora il dossier sul caso trattato dalla procura Capitolina, racchiude le testimonianze ricevute a vario titolo da 4 collaboratori di giustizia, che attestano che la morte del medico sarebbe avvenuta all’interno di un piano criminoso in cui sarebbero coinvolti mafia, massoneria e Servizi segreti “Deviati”. Giuseppe Campo, un cosi detto “picciotto” della provincia di Messina, ha raccontato agli investigatori e ai legali della famiglia del medico, di aver ricevuto lui stesso da un boss mafioso l’incarico di uccidere Manca, avrebbe dovuto usare una pistola, ma alcuni mesi dopo quella richiesta gli fu comunicato che il medico siciliano era già stato ucciso a Viterbo. Le dichiarazioni di Campo coincidono con quelle depositate in Procura, da Giuseppe Setola, Stefano Lo Verso e Carmelo D’Amico.
Quest’ultimo, avrebbe accentuato l’accusa contro Cosa Nostra, alcuni apparati dei Servizi Segreti Deviati e personaggi appartenenti alla Massoneria, per aver architettato il piano criminoso per uccidere il medico, con l’unico scopo di proteggere Bernardo Provenzano e la sua latitanza. Inoltre l’inchiesta romana, ha reso evidenti dati oggettivi che escluderebbero totalmente il suicidio volontario. Oltre alle confessioni depositate del collaboratori di giustizia, sono emerse varie storture e buchi neri nelle indagini. Veniamo ai dati reali. Il “mancinismo puro”( cioè l’incapacità totale di utilizzare la mano destra) di Attilio Manca, accertato e dichiarato dai colleghi di ospedale e dai familiari, gli avrebbe impedito di iniettarsi nel braccio sinistro, con la mano sbagliatala la dose letale. Soprattutto non è mai stata in alcun modo dimostrata e convalidata la sua propensione alla tossico-dipendenza o all’alcoolismo. Altri testimoni avrebbero garantito l’assoluta estraneità di Manca alle droghe . Un altro dato di fatto accerta che su nessuna delle due siringhe ritrovate nell’appartamento di Viterbo, siano state rilevate le impronte digitali del medico. Inoltre, le foto delle immagini del cadavere non sarebbero conformi, secondo i medici legali ad una morte per overdose. Altro dato importante riportato nel capitolo sul caso, riferisce che non esistono riscontri sulla cessione delle dosi letali al medico da parte della Mileti. L’ultima nota riguarda la Squadra Mobile di Viterbo, avrebbe attestato un dato non veritiero riguardo alla presenza in servizio all’ospedale Belcolle del medico, nei giorni in cui Provenzano si trovava a Marsiglia per l’intervento. Dai registri del nosocomio, emerge l’assenza dell’urologo proprio nel periodo del ricovero del boss in Francia, dunque Squadra Mobile di Viterbo ha attestato il falso. L’ex capo del reparto investigativo Salvatore Gava, è stato successivamente condannato in via definitiva a 3 anni per falso verbale. Veri e propri buchi nell’inchiesta relativa alla morte del giovane medico, vuoti e omissioni di indagine sovrastano da anni la morte del brillante professionista. Inoltre sono scomparsi improvvisamente i tabulati telefonici con le ultime comunicazioni tra Manca e la sua famiglia, proprio nei giorni del soggiorno francese del Boss. Il risultato di tutto questo si traduce in una inchiesta condotta con gravi mancanze. Il male fino ad ora ha avuto la meglio sul bene con un suo ingiusto trionfo, e la famiglia di un illustre professionista continua ad essere umiliata nella sua richiesta di verità e giustizia. Tutto il dossier su Attilio Manca ci riporta al braccio lungo della criminalità organizzata, al protezionismo dei “Padrini”con le sue inalterate collusioni tra “Stato e Mafia”, alle ombre lunghe dei morti senza spiegazioni, ai destini sfortunati che incrociano l’orrore sul loro cammino senza riuscire ad evitarlo, mentre la sete di verità rimane sospesa in una enorme bolla di ingiustizia.
Maria Grazia Vannini

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