Alla ricerca della “voglia di verità” perduta: il direttore di cittapaese.it Pasquale Bottone intervista Fabrizio Peronaci del “Corsera” sul mestiere di giornalista

Odiati ed offesi da sempre più politici per la loro presunta scarsa “credibilità”, flagellati da una disoccupazione macroscopica e da un precariato ormai divenuto prassi, divisi al loro interno tra rassegnati “velinari” e (almeno) aspiranti indipendenti, tra pochi fortunati contrattualizzati rimasti e tanti freelance senza diritti, i giornalisti vanno diventando sempre più una categoria a rischio, il cui futuro appare pieno di dubbi e di insidie con l’unica speranza di una esplosione congrua e più equa dell’informazione online. Su questi temi ed altri il nostro direttore editoriale Pasquale Bottone ha intervistato il caposervizio del Corriere della Sera Fabrizio Peronaci. Ne è venuta fuori una chiacchierata serrata e senza peli sulla lingua che potete leggere di seguito. (red)

Alcuni politici attaccano i giornalisti accusandoli di mancata imparzialità. Ma forse la politica non ha colpe per il degrado della categoria?

“Il rapporto giornalisti-politici rappresenta uno dei cortocircuiti maggiori dell’informazione in Italia. Premesso che lo spazio dedicato al racconto day by day delle faccende politiche andrebbe a mio parere drasticamente ridotto, tagliando senza pietà retroscena e dotte analisi il cui unico effetto è alimentare una gigantesca autoreferenzialità reciproca, ritengo che ognuno debba assumersi le proprie, di colpe. I politici hanno quella di considerare i mass media una sorta di altoparlante, ma non è certo una novità. I giornalisti, quella di non capire che la loro stella polare deve continuare ad essere la notizia, il racconto dei fatti, specie quelli scomodi per qualsiasi potere che abbia interesse a occultare verità inconfessabili, a beneficio unico ed esclusivo dei lettori. Tanti purtroppo lo dimenticano: l’informazione è uno dei pilastri fondamentali di una democrazia”.

La mancanza di lavoro e la precarietà hanno portato spesso i giornalisti negli ultimi anni ad essere in guerra tra di loro: ritiene che il trend sia temporaneo o ormai l’unità di intenti e di battaglie per gli stessi sia una chimera?

“Magari le redazioni fossero attraversate da conflitti basati sul confronto delle idee! No, vedo il rischio opposto: nessuna guerra, se non per obiettivi piccini, come una promozione o il mantenimento di qualche benefit residuale, e tanto conformismo. Oggi tendono a prevalere opportunismo e autoreferenzialità: i giornali faticano ad andare incontro al mondo nuovo, raramente osano, e le testate che lo fanno vengono premiate. Penso al Corriere: qualche anno fa abbiamo osato, lanciando un settimanale cartaceo a pagamento, “La lettura”, che a taluni pareva antistorico, e invece la sfida è stata vinta”.

Bisogna tornare a scommettere sulla qualità, che è un po’ anche, per così dire, la ragione sociale della nascita di una testata come “Loralegale”?

“Esattamente, la qualità è il punto centrale da cui ripartire, con entusiasmo e ottimismo. Capisco che la crisi morda, che la paura di perdere la sicurezza personale amplifichi la tentazione ad atteggiamenti conservatori. Però noto anche una mancanza di anima, di passione e coraggio. Per questo in tempi recenti ho affiancato alla mia attività professionale al Corriere della sera quella nel gruppo di Giornalismo Investigativo da me fondato su Fb, che consente di aprire nuovi canali, relazionarsi direttamente con le persone, approfondire le storie venendo incontro alla grande domanda di giornalismo serio tuttora esistente. Anche l’interesse suscitato dal mio ultimo libro, ‘La tentazione’, storia di intrighi e passioni in ambito religioso, credo dimostri il desiderio diffuso di maggiore etica: se non fosse stata una vicenda vera, i lettori non si sarebbero tanto appassionati”.

Molti giovani affrontano il mestiere di giornalista frequentando scuole costosissime, anche in cerca solo di uno status gratificante. Ma servono veramente queste scuole o la professione si impara veramente solo sul campo?

“Sul campo, campo! La gavetta di un tempo – assieme a un’attenzione alla proprio crescita culturale – è presupposto essenziale per diventare un buon giornalista, capace di vivere il proprio impegno come una missione. Può sembra retorica, ma non lo è. In certe situazioni, questo mestiere regala emozioni grandissime, grazie al contatto con le persone. Ne ho una sporta piena, in tanti anni di cronaca e inchieste. E questo mio patrimonio personale è il regalo più bello che ho ricevuto dalla professione. Ciò non significa che le scuole non possano essere un passaggio utile. Purché non sia l’unico”.

I quotidiani ormai si somigliano un po’ tutti e nessuno ha il coraggio davvero di osare e di andare oltre il prevedibile: come mai?

“Vero, purtroppo. Un errore a mio avviso è pensare che il giornale debba intrattenere il lettore, proponendo temi cosiddetti di alleggerimento. Ma no, a questo ormai provvede benissimo, o malissimo, la Rete! Oggi, rispetto alle intuizioni dei primi anni Novanta, quando Paolo Mieli inventò la formula del giornale alto-basso e controversiale, la situazione è mutata, il paradigma va rovesciato: ciò che manca e che il pubblico cerca è un giornalismo serio, affidabile, d’inchiesta, come dimostra il caso del NYT che puntando su questo modello in cinque anni ha raggiunto la cifra record di venti milioni di lettori. Mi piace ricordare una frase del direttore Mark Thompson: ‘Il giornalismo più idealista, quello che punta molto in alto, è anche il migliore investimento’. La faccio mia: basta correre dietro agli istinti basici della gente, se si fa informazione seria si attiva un circuito virtuoso, che tra l’altro porta più business e salverà posti di lavoro”.

Anche a livello di giornalismo d’inchiesta ormai si leggono articoli e libri specialmente di quelli che vanno in tv, a prescindere da quello che scrivono. Le sembra un fenomeno preoccupante?

“Se per inchiesta si intende quella alla base dell’ultimo libro del collega Emiliano Fittipaldi, che ha fatto passare per scoop un documento-patacca sul caso Orlandi, ben sapendo di avere per le mani un falso, meglio esser chiari e sinceri: operazioni del genere producono danni gravi alla reputazione di noi giornalisti. In questo caso, che conosco bene, avendo io scritto due libri sulla vicenda di Emanuela Orlandi, mi ha sconvolto il cinismo: pur di fare marketing, non si è avuto scrupolo nel gettare tonnellate di fango sulla Chiesa, insinuando nella gente il dubbio che il Vaticano per 14 anni abbia pagato 500 milioni di lire per tenere nascosta la ragazza, mentre pubblicamente si dichiarava vicino al dolore della famiglia. No, così non si fa! Tanto vale scrivere che la Chiesa è un’associazione mafiosa! Ecco, da questo punto di vista il fenomeno del giornalismo d’inchiesta usato come cavallo di Troia per interessi puramente commerciali è molto preoccupante, certo”.

Non crede che un tempo i direttori dei giornali controllassero maggiormente veridicità e spessore delle notizie e la preparazione tecnica dei loro redattori e collaboratori?

“Oggi come un tempo i giornali si reggono, come è giusto che sia, su un forte principio gerarchico, altrimenti non andrebbero mai in stampa. Il problema è che da luoghi un po’ mitici, con un alto tasso di passione civile e senso del dovere, stanno diventando, un po’ come la società che raccontano, sentine di molti vizi. Un ragazzo affascinato dal nostro mestiere, ad esempio, dovrebbe essere portato a credere che la progressione delle carriere all’interno delle redazioni si basa su impegno, bravura, onestà, dedizione. Sbagliato! Spesso avviene il contrario. Questo concetto, al massimo, viene rimarcato negli editoriali: serve più meritocrazia, scrivono immancabilmente tutti i direttori ed editorialisti. Peccato però che poi, all’atto pratico, le logiche di cordata e i piccoli tornaconti individuali abbiano la meglio e che la meritocrazia, proprio nei giornali, sia spesso disattesa. Con il risultato di avvilire tanti colleghi appassionati e di svilire il prodotto”.

Un giornalista che onori la professione quali requisiti base deve possedere al giorno d’oggi secondo lei?

“L’ho già detto, a grandi linee. Provo a sintetizzare: dedizione, capacità d’ascolto e di osservazione, intuito, passione civile, onestà e soprattutto tanta umiltà. Se si vuole raccontare la realtà, non la si può deformare con le proprie lenti. Occorre essere animati da spirito laico. E aggiungo, che non guasta affatto, il massimo di sensibilità umana. Le emozioni più forti che custodisco sono gli abbracci di persone alle quali sono stato vicino, seguendo per il giornale le loro tragedie personali”.

E’ giusto che possano esserci anche scontri accesi pubblici tra giornalisti, nella disparità di vedute e delle opinioni, o lo spirito di categoria dovrebbe prevalere su tutto?

“Se lo scontro, anche acceso, è animato dal desiderio genuino di confrontare idee e punti di vista, ben venga. Sempre. Il germe che sta minando la credibilità della nostra professione è proprio questo: un finto buonismo che in realtà copre un diffuso conformismo e il desiderio di non avere impicci. Per fare un esempio banale, in redazione mi è capitato più volte di scrollare la testa desolato nel sentire colleghi che dicevano: “Nel mio articolo non metto nomi, perché temo querele”. No, l’atteggiamento dovrebbe essere opposto! “Il lettore ha diritto a conoscere la storia nella sua completezza, compresi nomi e cognomi dei protagonisti, ma per far questo devo rimboccarmi le maniche, fare più telefonate, compiere maggiori verifiche e interpellare come mio dovere tutte le parti coinvolte”.

Giornalisti di carta stampata e uffici stampa di politici: le sembrano due ruoli conciliabili?

“Sono professioni di fatto diverse, ma rispettabili entrambi. Essenziali restano correttezza e serietà. D’altro canto, mi infastidisce non poco lo snobismo con cui tanti miei colleghi trattano i colleghi degli uffici stampa”.

Il lavoro è sempre di meno, non sarebbe opportuno invece di accendere illusioni, svelare ai più giovani il reale stato delle cose?

“Certo, io lo faccio sempre. Dico a qualsiasi ragazzo che mi contatta per un consiglio di cercarsi un altro sogno, che quello del giornalismo sta quasi per evaporare. Ciò non toglie, tuttavia, che se un giovane dimostra una passione forte e genuina, irrefrenabile, allora abbia diritto a provarci, a misurarsi con la sua sfida. Purtroppo è anche vero, però, che le redazioni a causa della crisi sono sempre meno accoglienti: i neoassunti ormai sono di norma più vicini ai 40 anni che ai 30”.

Quella del giornalista è una professione senza futuro, già finita?

“Il futuro è difficile e incerto, ma ovviamente c’è. Guai se non ci fosse. Ripeto: l’informazione è pilastro di una democrazia e quindi, se la nostra professione non avesse un domani, sarebbe un bruttissimo segno per le nostre libertà. Certo, non se la passa bene. Sono convinto che la salveranno un giornalismo più rigoroso e approfondito e giornalisti più coraggiosi e motivati, capaci di esprimere autonomia di giudizio e originalità di pensiero”.

Nella foto: a sinistra Fabrizio Peronaci, a destra Pasquale Bottone

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