“Accidia”, il peccato capitale che blocca la crescita di Viterbo

La prima volta che ho sentito definire “accidiosi” i viterbesi è stato da Orazio Carpenzano in occasione della presentazione del Master Plan per il Centro Storico. Ricordo che gli dissi che non ero d’accordo perché a me, non viterbese e qui residente da più di 6 anni, gli abitanti di questa città mi sembravano più indolenti che accidiosi.
Ho modificato la mia opinione ed oggi ammetto che Carpenzano aveva ragione: i viterbesi sono accidiosi. Che significa, in buona sostanza, né più né meno ciò che nostro padre Dante Alighieri assegna a costoro: difetto di operosità nel fare. Ed anche negligenza, perché l’accidia è uno dei sette peccati capitali (nella morale cattolica è il fastidio o il tedio del ben fare e la negligenza per ciò che riguarda le cose di Dio e dell’anima). Tanto severo tale giudizio che nella Divina Commedia gli accidiosi sono relegati nel Canto VII, quinto cerchio dell’Inferno, insieme agli iracondi, perché l’accidia è considerata una forma, un livello particolarmente cupo e introverso dell’ira. Tralascio la pena a loro assegnata… [“Tristi fummo / ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, / portando dentro accidïoso fummo : or ci attristiam ne la belletta negra” (Inf. VII vv. 121-124)].

Ma gli accidiosi di Dante sono anche in Purgatorio… Sono i penitenti che scontano la loro pena nella IV Cornice del Purgatorio, colpevoli di scarso amore per il bene: sono costretti a correre a perdifiato lungo la Cornice stessa, gridando alternativamente esempi di sollecitudine e accidia punita, incitandosi a non perdere tempo per poco amore. Dante descrive la loro pena nel Canto XVIII del Purgatorio. Quindi, una speranza per gli accidiosi (e per i viterbesi) di redimersi e ri-conquistare il Paradiso – sempre secondo Dante ed anche secondo noi – in fondo c’è.
La irriverente similitudine che ho appena delineato non vuole offendere nessuno. Se qualcuno si sente colpito, chiedo scusa, perché tutto è strumentale a dimostrare che l’accidia viterbese impedisce di mettere in campo l’intelligenza innata e la profonda consapevolezza delle proprie origini contadine. Che sono delle risorse impareggiabili, mortificate, nel presente momento, dal carattere chiuso e impermeabile dei cittadini, nascosti e timorosi si possa modificare qualcosa, alterare un equilibrio (più apparente che reale) e che, quindi, ci possa essere uno sconvolgimento del solito tram tram quotidiano: sempre le stesse cose, sempre le stesse persone, sempre gli stessi umori, sempre lo stesso clima, sempre lo stesso scorrere del tempo. Una risposta a questa raffica di epiteti e di attributi che mi viene costantemente ripetuta è la seguente: «…questa è la Provincia…».

E no! Non è vero, questa non è la Provincia, “italiana” in particolare che, viceversa, è straordinariamente operosa e rappresenta la “forza motrice” del nostro difficile Paese. Nonostante tutto e tutti. Le attribuzioni sopra elencate riguardano Viterbo e basta. Lo dico con rammarico, come ho avuto modo di dichiarare ieri al Sig. Antonio Di Stefano. Rivolgendomi a lui, mi sono permesso di “…non condividere le colorite esternazioni di Emilio Del Giudice (che lo stesso cita) un fisico, che ha una visione dell’economia che – scherzosamente e sorridentemente – mette in slogan… Perlomeno da Adam Smith in poi, l’argomento (tra l’altro non di mia strettissima competenza), meriterebbe ben altre battute. Il Sig. Di Stefano chiarisce quale potrebbe essere la via maestra e suggerisce alcune soluzioni. Su una cosa, a me pare, siamo tutti d’accordo: che Viterbo non si apre all’innovazione. Anzi. Per chi volesse porsi in una simile condizione sperimentale, è d’obbligo la fuga, il cambiamento di città, forse perfino l’espatrio. Non va bene, non va affatto bene. Perché mai i viterbesi non cominciano a ripensare alle straordinarie risorse che ci sono, stanno lì, nel territorio, e non fanno nulla per promuovere, proporre, stimolare, rischiare almeno un po’, essere attraenti all’esterno e per gli imprenditori? A quando il “distacco” dall’atavica accidia che li avvolge e li condiziona?”.

Ma questo è già un discorso di ieri. Oggi, incalzano nuovi e diversi altri spunti: le imminenti elezioni comunali, soprattutto, e San Pellegrino, la cui condizione attuale è stata perfettamente fotografata, descritta, denunciata questa mattina da Gianluca Bono del Comitato di San Pellegrino nel suo “Il borgo non è lo spazio delle automobili” [Fonte: Tusciaweb.eu]. L’una e l’altra questione sono aperte perché, nonostante lo sforzo, è presto per sperare in una “programmazione”. Chissà se, come al solito, i circoli chiusi e le “parrocchiette” partoriranno il classico topolino… Dopo che i genitori daranno prova della loro imperante (e ingombrante) presenza nei confronti dei giovani che meriterebbero, invece, lo “spazio vitale” che i sanissimi provinciali umbri, marchigiani, campani, pugliesi e molti altri ancora, concedono ormai a piene mani. Evitando ai cittadini di Viterbo di guardare sempre lo stesso programma, in un monoscopio in bianco e nero, che offende le loro più virtuose aspirazioni.
Vedremo.

Alfredo Passeri

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